Στην Κόλαση … παρέα με τον Roberto Benigni

Χθες το βράδυ δικαιώθηκα για την αγάπη που ένιωθα από μικρό παιδί για την Ιταλική γλώσσα.Αισθάνθηκα πολύ τυχερός που καταλαβαίνω ιταλικά γιατί βρέθηκα απέναντι από τον Roberto Benigni και μπόρεσα να απολαύσω την τέχνη του. Για να είμαι απολύτως ειλικρινής μαζί σου κατάλαβα περίπου το 80 % απ’ όσα είπε ο Benigni στην παράσταση Tutto Dante στο Μέγαρο Μουσικής.

Καταλαβαίνω ότι όσοι δεν μιλάνε ιταλικά και βρέθηκαν δίπλα μου στην πλατεία αισθάνθηκαν αποκλεισμένοι από ένα μοναδικό ταλέντο.

Δε θα μείνω στο σατιρικό κομμάτι, στην εισαγωγή που είδαμε λίγο ως πολύ τον Benigni  που ξέρουμε.

Για μένα το ταξίδι ξεκίνησε όταν ο καλλιτέχνης άρχισε να μας βάζει μέσα στο έργο του Δάντη (Θεία Κωμωδία). Στίχο -στίχο μας έβαζε στο νόημα και στο μεγαλείο του έργου.

Εκεί, εγώ είδα, έναν άλλο Benigni. Όχι αυτόν που ήξερα από τον Τζόνι τον Οδοντογλυφίδα, ούτε καν τον σπαρακτικό πατέρα του La vita e bella.

Όταν άρχισε να απαγγέλει το 5ο κάντο από την Κόλαση, μεταμορφώθηκε. Προσπαθούσα να ξεχωρίσω τα σπιρτόζικα χαρακτηριστικά του μάτια που μέχρι τώρα έκρυβαν το χαμόγελο, όμως πάνω στη σκηνή με το φόντο λουσμένο σε ένα απόκοσμο κόκκινο φως έβλεπα ένα άγνωστο πρόσωπο, συντετριμένο από την κατάβασή του στην κόλαση.

Στην κορύφωση, τελειώνοντας, δάκρυσε και όπως ο ήρωας, ο Δάντης λέει "κατέρευσα", έτσι είδα και τον Benigni. Είχε κατακρυμνηστεί, αν και στεκόταν όρθιος.

 

  

Così discesi del cerchio primaio

giù nel secondo, che men loco cinghia

3 e tanto più dolor, che punge a guaio.

 

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:

essamina le colpe ne l’intrata;

6 giudica e manda secondo ch’avvinghia.

 

Dico che quando l’anima mal nata

li vien dinanzi, tutta si confessa;

9 e quel conoscitor de le peccata

 

vede qual loco d’inferno è da essa;

cignesi con la coda tante volte

12 quantunque gradi vuol che giù sia messa

 

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;

vanno a vicenda ciascuna al giudizio,

15 dicono e odono e poi son giù volte.

 

«O tu che vieni al doloroso ospizio»,

disse Minòs a me quando mi vide,

18 lasciando l’atto di cotanto offizio,

 

«guarda com’entri e di cui tu ti fide;

non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!»

21 E ‘l duca mio a lui: «Perché pur gride?

 

Non impedir lo suo fatale andare:

vuolsi così colà dove si puote

24 ciò che si vuole, e più non dimandare».

 

Or incomincian le dolenti note

a farmisi sentire; or son venuto

27 là dove molto pianto mi percuote.

 

Io venni in loco d’ogne luce muto,

che mugghia come fa mar per tempesta,

30 se da contrari venti è combattuto.

 

La bufera infernal, che mai non resta,

mena li spirti con la sua rapina;

33 voltando e percotendo li molesta.

 

Quando giungon davanti a la ruina,

quivi le strida, il compianto, il lamento;

36 bestemmian quivi la virtù divina.

 

 

 

Intesi ch’a così fatto tormento

enno dannati i peccator carnali,

39 che la ragion sommettono al talento.

 

E come li stornei ne portan l’ali

nel freddo tempo, a schiera larga e piena,

42 così quel fiato li spiriti mali

 

di qua, di là, di giù, di sù li mena;

nulla speranza li conforta mai,

45 non che di posa, ma di minor pena.

 

E come i gru van cantando lor lai,

faccendo in aere di sé lunga riga,

48 così vid’io venir, traendo guai,

 

ombre portate da la detta briga;

per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle

51 genti che l’aura nera sì gastiga?»

 

«La prima di color di cui novelle

tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,

54 «fu imperadrice di molte favelle.

 

A vizio di lussuria fu sì rotta,

che libito fé licito in sua legge,

57 per tòrre il biasmo in che era condotta.

 

Ell’è Semiramìs, di cui si legge

che succedette a Nino e fu sua sposa:

60 tenne la terra che ‘l Soldan corregge.

.

L’altra è colei che s’ancise amorosa,

e ruppe fede al cener di Sicheo;

63 poi è Cleopatràs lussurïosa.

 

Elena vedi, per cui tanto reo

tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille,

66 che con amore al fine combatteo.

 

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille

ombre mostrommi e nominommi a dito,

69 ch’amor di nostra vita dipartille.

 

Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito

nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,

72 pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

 

I’ cominciai: «Poeta, volontieri

parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,

75 e paion sì al vento esser leggeri».

 

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno

più presso a noi; e tu allor li priega

78 per quello amor che i mena, ed ei verranno».

 

Sì tosto come il vento a noi li piega,

mossi la voce: «O anime affannate,

81 venite a noi parlar, s’altri nol niega!»

 

Quali colombe dal disio chiamate

con l’ali alzate e ferme al dolce nido

84 vegnon per l’aere, dal voler portate;

 

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,

a noi venendo per l’aere maligno,

87 sì forte fu l’affettüoso grido.

 

«O animal grazïoso e benigno

che visitando vai per l’aere perso

90 noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

 

se fosse amico il re de l’universo,

noi pregheremmo lui de la tua pace,

93 poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

 

Di quel che udire e che parlar vi piace,

noi udiremo e parleremo a voi,

96 mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.

 

Siede la terra dove nata fui

su la marina dove ‘l Po discende

99 per aver pace co’ seguaci sui.

 

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui de la bella persona

102 che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

 

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

105 che, come vedi, ancor non m’abbandona

 

Amor condusse noi ad una morte:

Caina attende chi a vita ci spense».

108 Queste parole da lor ci fuor porte.

 

Quand’io intesi quell’anime offense,

china’ il viso e tanto il tenni basso,

111 fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?»

 

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio

114 menò costoro al doloroso passo!»

 

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,

e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri

117 a lagrimar mi fanno tristo e pio.

 

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,

a che e come concedette Amore

120 che conosceste i dubbiosi disiri?»

 

E quella a me: «Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

123 ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore

 

Ma s’a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,

126 dirò come colui che piange e dice.

 

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse:

129 soli eravamo e sanza alcun sospetto.

 

Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

132 ma solo un punto fu quel che ci vinse.

 

Quando leggemmo il disïato riso

esser basciato da cotanto amante,

135 questi, che mai da me non fia diviso,

 

la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:

138 quel giorno più non vi leggemmo avante».

 

Mentre che l’uno spirto questo disse,

l’altro piangëa; sì che di pietade

io venni men così com’io morisse.

142 E caddi come corpo morto cade.

 

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